Colloquio con Salvo Rivolo

di Luca Ferracane

È solo una mia impressione, eppure mi fisso, osservando i tuoi lavori, su un particolare che potrebbe essere irrilevante. Non il colore, non i soggetti, ma l’utilizzo quasi onnipresente della grafite. Anche nei dipinti a olio, in cui magari non v’è traccia di questa, il mio occhio la rileva, in un bizzarro effetto di pareidolia. È quel grigio, nero carico che intensificandosi si fonde con se stesso o, sfumando, sparisce. In entrambi i casi si scontra col buio o con la luce generata dal supporto in cui prende vita il tuo pensiero. Questo mi affascina delle tue opere, la traccia impalpabile di questo carbonio a tratti metallico con cui definisci le figure che popolano quei piccoli mondi paralleli al nostro.

Sono contento che tu non mi abbia fatto la domanda: perché il rosa? Tanti mi hanno posto questa domanda (assolutamente lecita) perché si tratta del primo elemento che arriva all’osservatore, che non si spende a preoccuparsi della vera essenza dell’opera. Per me non è altro che un bianco, un colore chiaro, un punto di partenza per poter iniziare a imbastire l’immagine da rappresentare. Nella mia ricerca la grafite è, anche se non sempre, un elemento fondamentale che mi ha permesso di scoprire svariati metodi di sperimentazione sulla stessa e il suo utilizzo. Mi ha sempre affascinato la possibilità di mescolare varie tecniche, senza che l’una prevarichi sull’altra. Sicuramente, se volgo lo sguardo al passato, il periodo manierista mi ha fatto comprendere l’importanza del disegno e il rispetto reverenziale che dovremmo tutti avere verso esso. 

Non potrei essere più d’accordo, il Manierismo è un momento artistico che reputo straordinario, in cui le figure iniziano a subire una tensione languida e inquietante, e perfino il colore si va teatralizzando sempre più. A proposito di ricerca, trovo spesso il disegno più interessante, non meno valido della pittura, perché è come se si riuscisse a leggere, seppur in maniera ridotta, il pensiero artefice dell’opera, la scintilla dell’idea, anche inconscia che è inverata, il più delle volte, attraverso quel meraviglioso strumento che è la matita. Curioso pensare che sia uno dei primi mezzi che si offre ai bambini per dar loro la possibilità di riprodurre altro da sé. E nei tuoi lavori questo “altro” è estremamente singolare.

Tutto quello che creo non è narrazione di situazioni concrete, ma frutto di una rimescolanza di pensieri misti a una costante ricerca stilistica che va a sposarsi con il supporto, spesso inusuale, come la carta alimentare, proprio quella che viene utilizzata per incartare gli alimenti nei nostri mercati, che recupero e incollo con delle procedure molto particolari.

Sì, curioso, come m’incuriosisce molto, poi, l’uso che fai delle tinte, minime e pressoché costanti. Come avessi trovato, per ora, un accordo armonico che faccia vibrare i tuoi lavori all’unisono. 

Se di musica dobbiamo parlare, l’influenza di compositori come Debussy, Chopin e Prokof’ev, solo per citarne alcuni, ha contribuito non poco alla realizzazione di molti miei lavori, frutto, alla fine, di tutto quello che è in grado di suggestionare i miei sensi. Dalla musica alla pittura, dalla letteratura alla poesia, in particolare Calvino e Salinas, passando per la filmografia in bianco e nero. M’intrigano parecchio i personaggi dei vecchi film primi Novecento. Trovo che molti di loro, ad esempio, possano divenire nuovi soggetti dei miei lavori, rivivendo nel contemporaneo. Mi piace mettere a confronto varie epoche e relazionarle al presente.

E tutto questo, a mio avviso, conferisce ai protagonisti delle tue pitture una malinconica grazia. Come fossero naufraghi su mari immaginari dai margini di carta. E credo che a te, questo naufragare, sia dolce come una poesia. 

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