Colloquio con Simone Geraci

di Luca Ferracane

Dal disegno t’incominci, scriveva Cennini. Certo, non è un imperativo ma credo tu, da valido artista quale sei immagino lo prediliga quale medium eletto per indagare lo spazio attraverso una forma ben ponderata. Differentemente dalle opere di altri artisti, con i tuoi lavori mi trovo in una posizione ambigua. In me non scatta immediato un coinvolgimento emotivo perché l’occhio si concentra primariamente sulla composizione. Sarà che ho studiato per anni Scenografia, ma sembra che tu disponga tutto per mezzo di una geometria che probabilmente desideri sia evidente. Poi, l’espediente del colore inizia a sedurmi lentamente. È quello che riesce a vincere la razionalità dello sguardo che inizialmente prevale, dandomi la sensazione che le estremità dei supporti di molti tuoi lavori contengano invece un liquido, trattenuto entro quegli stessi margini da una forza sconosciuta, pronta a straripare improvvisamente, travolgendo lo spettatore. Così come questo colore fluido può tracimare all’esterno, allo stesso modo trattiene le figure, quasi fosse una placenta, custode del loro silenzio nel grembo dell’opera. Nessuno di quei personaggi sembra accorgersi del nostro sguardo. Ricordo quando, per la prima volta, mi trovai al cospetto di un barattolo di vetro che racchiudeva, colmo di formaldeide, una creatura simile a un volatile. Pareva dovesse emettere un suono, sgranchirsi da un momento all’altro, svegliarsi da un incredibile sonno. Ci girai attorno, affascinato e turbato. Non riuscivo a scostarmi, avido e curioso, da quella visione bizzarra e per me nuova. Ecco, le tue monocromie mi colpiscono tanto quanto mi colpì quel barattolo di vetro. 

Al disegno in effetti, come ho sempre affermato, cedo sempre il ruolo più importante del mio procedere. È attraverso “l’essenzialità̀” di questo linguaggio che modello le forme e le composizioni di ogni mia opera. In questa fase embrionale costruisco le architetture e le geometrie entro cui iscrivo le mie figure morbide e sognanti, spazi scenici che spesso conducono lo sguardo del fruitore verso una gestualità̀ imbrigliata e ridotta ai minimi termini. Delle costruzioni marcate dalle variazioni tonali nel caso delle pitture su tela o nette e taglienti su ardesie. Proprio come hai detto, al colore spetta invece il compito di “accogliere” e cristallizzare il tempo della rappresentazione, un colore che diventa esso stesso opera e contenitore della stessa.
Una monocromia nata inizialmente per le divergenze fisiche del pigmento con la superficie dell’ardesia ha presto acquistato la capacità di descrivere una temporalità̀ altra e sospesa. 

Con le incisioni invece avviene il contrario. Quell’incanto ovattato e ammantato di silenzio s’infrange. Non rimane alcuna goccia di quel fluido in cui erano immerse le figure, immobili, mute, forse inconsapevoli. Adesso potrebbero addirittura, se volessero, andarsene via e abbandonare il contorno che le ospita. Ma rimangono lì, incerte sul da farsi, indugiando. Ad aspettare. 

Nell’incisione, come scrivi bene, la scena sembra essersi svuotata dal liquido che conteneva le figure, vi è solo il segno netto e deciso dell’acquaforte a modellare le forme di ritratti tersi e incantati. Un segno ripetuto e sovrapposto, quasi ossessivo, che si fa carico del ruolo “strutturale” del disegno insieme alla fascinazione alchemica del mondo calcografico. 

È davvero, l’arte in generale, una pratica alchemica in grado di trasfigurare la realtà, la materia, il pensiero. Un elisir necessario e mai, come alcuni vorrebbero indurci a credere, superfluo. 

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