Colloquio con Maurizio Pometti

di Luca Ferracane

Sai, tempo fa ho scritto in un articolo che l’atto artistico è, in fondo, qualcosa di erotico, un desiderio che si fa necessità. Quando un artista crea è come stesse facendo l’amore con se stesso, indagandosi, soffermandosi sulle pieghe del proprio corpo, del proprio inconscio. Alle volte si genera una tensione tale da scatenare ansia da prestazione. Così l’opera va componendosi assorbendo molto del proprio artefice, divenendo essa stessa un contenitore salvifico dell’anima dell’artista. Curioso che tu mi abbia detto poi, parlando della pittura di Ligabue, una frase che ho ritrovato nei miei ragionamenti. “S’intuisce che nella pittura abbia trovato la propria salvezza”. Ritengo che la cosa sia altrettanto vera per quel che concerne il tuo lavoro. 

Mi piace sentirti adoperare il termine “contenitore salvifico”, credo infatti che molti pittori, i quali abbiano un intenso rapporto con la propria ricerca e vivano intensamente le loro esperienze, intendano in questo modo il proprio lavoro, una salvezza. Per quel che mi riguarda, la pittura ha contribuito a dare senso alla mia vita.

C’è qualcosa nelle tue opere che mi suggerisce un senso di velata, inquieta malinconia e che per me è sempre sinonimo di bellezza. La scelta dei soggetti, dell’inquadratura pittorica, del colore dato così, a tocchi che si affastellano, legandosi come fibre muscolari vive e consistenti, a formare il tessuto di una memoria lontana. 

In ogni mia opera c’è sempre una certa tensione emotiva, qualcosa di intimo che consegno al dipinto e che può essere colto dallo spettatore, in un dialogo silenzioso. Non potrei fare altrimenti, devo puntare all’essenza delle cose, spogliare la pittura da tutti quei dettagli costruttivi che imprigionano la sua forma e concentrarmi su una rappresentazione che abbia un’ampia possibilità di lettura. In questo modo la visione dello spettatore può coincidere con la mia oppure no.

Vai creando, così, un’atmosfera costruita anche attraverso la scelta delle tinte, tenui e delicate, che mi attraggono particolarmente. Un po’ come una vecchia fotografia che va sbiadendo, esposta per troppo tempo ai violenti raggi del sole. Nel tuo caso è un effetto ricercato volontariamente, non frutto di un agente esterno. È come se questa memoria e questi ricordi non dovessero manifestarsi completamente e che tu voglia lasciarli sospesi, lì, nello spazio del dipinto, in un’eterna attesa nella quale definirsi meglio, suggerendo forme che non devono mai essere completamente rivelate. 

Dici bene, in pittura non si dovrebbe mai totalmente rivelare. Quando dipingo, avvengono dei momenti in cui sembra che la mente, e dunque la mano, sia slegata dalla mia volontà, come se fosse il dipinto stesso che va formandosi a guidarmi. In realtà vado assecondando il mio istinto, la mia sensibilità. Si compie una sorta di atto di fiducia verso se stessi, in cui confluiscono suggestioni e dati esperienziali, che mi consente di costruire l’immagine come se fosse un modellato, come se la materia stessa mi aiutasse a percepire meglio il soggetto, a toccarlo e a dargli vita. Qualcosa che va oltre la forma.

Una forma che sembra rimanere parzialmente nascosta proprio a causa di quelle pennellate così corpose da trattenerla in quel territorio indefinito della mente. È sotto quei colori che rimangono intrappolati intimi segreti e memorie personali. Il tuo pensiero è l’unica chiave per liberarli e a noi non è dato conoscerli, se non nella misura di una corrispondenza col proprio vissuto.

Ho un rapporto molto diretto con la materia pittorica anche se questa inclinazione a usare pennellate così dense è un qualcosa che non è stata immediata, ma costruita e conquistata durante anni di pittura. Posso dire che la ricerca è ancora in evoluzione. Per me la pittura è anche un modo per provare ad abbracciare lo scorrere del tempo, spesso superandolo, e accogliere la memoria. Ogni volta che inizio un nuovo dipinto è il principio di qualcosa, come se azzerassi il pensiero e ricominciassi sempre da capo. E non ne ho mai abbastanza.

E a chi prova nostalgia di un tempo trascorso, un tempo più lento legato all’infanzia, a quel periodo della vita in cui una giornata pareva infinita, credo proprio il tuo lavoro possa rivelarsi dolcemente familiare. Dolce e malinconico come quel sentimento delle cose perdute che instilla in noi il desiderio, la mancanza di qualcosa.

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