Militanza e tenacia artistica. Un omaggio a Carla Accardi

di Luca Ferracane

Non sono un critico d’arte. Stroncherei in partenza la carriera di frotte di artisti o forse, più verosimilmente, farebbero fuori me dal sistema arte. Il “potere” che un critico esercita – se si parla di un personaggio affermato nel campo con le giuste conoscenze e frequentazioni – sta, il più delle volte, nel decidere chi deve andare avanti e chi invece debba rimanere fuori, e ciò accade per tutti gli ambiti artistici, dalle arti visive alla letteratura, alla musica. Certo, generazioni di artisti, viveur, dilettanti, geni, perfino chi artista magari non voleva essere definito ma lo è diventato suo malgrado, sono sopravvissuti e hanno prosperato ugualmente anche senza l’appoggio della critica rampante, sfidandola, non curandosene o prendendosi nel tempo magnifiche rivincite. Non bisogna mai dimenticare che in ogni caso, come per qualsiasi questione che riguardi l’umana stirpe, anche i sacerdoti del gusto restano pur sempre degli uomini, imperfetti e schiavi delle passioni, sicché le “critiche autorità”, per quanta conoscenza esse abbiano incamerato nel corso di una vita e perquanta competenza abbiano rivestito la propria facoltà di giudizio, possono sbagliare al pari di un qualsiasi profano illetterato. O tutt’al più essere di parte per umanissimi, svariati vincoli, morali, ideologici, finanche fanatici, economici – pecunia non olet. Visto che per fortuna non ricopro né mai ricoprirò questo ambìto ruolo, posso permettermi di avere un’opinione quanto più affrancata da plurime responsabilità, sebbene debba ugualmente rispondere – alla fine tutti esprimiamo giudizi – a quell’intima, provocatoria vocina che giunge dal personalissimo gusto a cui non si può sfuggire. Assecondandolo, tuttavia, sono spesso stato tratto in errore, perché, al pari di un’emozione, il gusto è un sentimento d’impeto, a volte quasi violento e se la ragione non intervenisse col suo supporto, si rischierebbe una continua affabulazione da parte dei sensi, avidi di un immediato riscontro di piacere, attraverso gli occhi in primis.

Scissione, 1960, caseina su tela.

Per questo motivo serve lo studio, ma forse, ancor di più, una buona dose di curiosità nei confronti del mondo e di quel che va oltre i confini entro i quali siamo abituati a muoverci e orientarci. Lo smarrimento, quasi sempre, ci aiuta a conoscere noi stessi, poi l’alterità che ci circonda. Sta a noi scegliere la modalità d’approccio a questa alterità, pacifica o aggressiva. In entrambi i casi possiamo giungere a una consapevolezza prima ignorata. Non mi ha mai particolarmente attratto l’arte del Secondo dopoguerra proprio perché mi mancava quella curiosità, quello stimolo di conoscenza che uno studio frettoloso e approssimativo, relegato alle poche righe dei manuali scolastici, non è riuscito ad accendere – se ci si arriva a studiarlo, quel periodo. Un buon insegnante dovrebbe prima instillare il germe della curiosità nell’allievo, poi indirizzarlo allo studio. Lo studio deve essere ciò che appaga la curiosità, l’otium, non un processo di appropriazione d’informazioni, pratica altrimenti fine a se stessa. Così, da autodidatta, ho riscoperto Carla Accardi (Trapani, 1924-2014) una figura che, pioniere in Italia delle istanze astrattiste – oltre che femministe – ha saputo distinguersi per la ricerca di un linguaggio tutt’altro che banale. Dalla fine degli anni Quaranta in cui aderisce al partito comunista e, unica donna, al gruppo romano Forma, comincia la sua carriera soffermandosi inizialmente sull’uso del bianco e del nero, definendo con miriadi di pennellate ciò che lei stessa avrebbe chiamato “segni”, che virano, con l’avvicendarsi degli anni, in colori sempre più accesi dagli stravaganti effetti ottici. Accardi è una artista coraggiosa, donna emancipata e curiosa in un contesto che la relegherebbe volentieri in un universo domestico, prima roccaforte di quel regno consumistico generato dal recente boom economico nel quale la figura di una donna meglio si sarebbe prestata a patinati slogan pubblicitari destinati alle masse. Eppure lei è riuscita, con un tipo di espressione, quella astratta –  pur contestata da quel partito comunista che avrebbe voluto tutti gli artisti sulla scia di Guttuso – a farsi strada ugualmente, sfruttando le possibilità che quel mondo, galvanizzato dal crescente benessere, le forniva. Prima fra tutte, la plastica.

La ricerca dell’artista, a mio avviso, raggiunge l’apice proprio con l’utilizzo di un nuovo materiale plastico per l’industria, tale sicofoil, che diventa il piano trasparente sul quale Accardi immortala i suoi segni. Si può parlare di spazialismo, visto che la superficie del quadro anche qui viene oltrepassata, seppure col solo sguardo, in virtù delle proprietà del supporto plastico, il quale non solo lascia intravedere al di là di se stesso, svelando il telaio e la parete ove questo è collocato, ma influisce ogni volta, come un’arte aleatoria, sulla composizione dell’opera, in cui il colore del segno pittorico assume un continuo e diverso contrasto rispetto allo sfondo che capita. Inoltre, tralasciando il quadro tout court, la sperimentazione col sicofoil spinge naturalmente l’artista ad addentrarsi nel campo dell’installazione, dando vita a oggetti luminosi che proiettano le ombre generate dagli stessi segni impressi sul supporto trasparente. Altre volte, invece, il colore sparisce del tutto per lasciare spazio alla sola indagine sul materiale e agli effetti che luce e ambiente imprimono su di esso. Mi piace immaginare Carla Accardi come una ribelle, in mano due oggetti che “per ruolo” si pensa debbano essere prerogativa femminile, un rossetto e uno specchio. La immagino farsi beffa di ogni concetto precostituito mentre veloce, con il trucco in mano, traccia quei segni così eversivi per l’epoca sulla superficie vitrea dello specchio, per far sì che chiunque, contemplando l’opera compiuta, possa cogliere che non c’è nulla che risponda a una precisa funzione nel mondo, che può essere “corretto” utilizzare perfino un rossetto come strumento per l’arte, realtà esclusiva dove si può ancora sperare di essere liberi.

Segni rosa n. 2, 1967, smalto su sicofoil.

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