Colloquio con Damiano Mandalà

di Luca Ferracane

Per alcune cose ho una memoria di ferro, per tante altre, soprattutto quelle della quotidianità, ho certe volte l’impressione di subire amnesie temporanee di breve durata. Ciò mi porta a segnare quasi ossessivamente con la scrittura, su foglietti di carta o sui promemoria di computer e smartphone – ormai il lemma telefono designa qualcosa che non usiamo più – tanti pensieri che mi balenano in testa, dalla faccenda da sbrigare a un appunto, a un dettaglio di qualcosa che mi ha colpito e che voglio ricordare. Inutile dire che questi post-it, concreti o digitali, si accumulano a una velocità irrefrenabile. Osservando le tue opere, ho immaginato che anche tu, con la tua pittura, operassi un metodo simile di accumulo d’immagini, suggestioni, ricordi, volontà in potenza.

Sai, Luca, la faccenda dei post-it, siano essi fisici o digitali, sento di condividerla pienamente, non foss’altro perché non sono più un giovincello e i promemoria servono. Ma al di là delle battute, devo dire che mi rivedo molto in questa situazione di accumulo di ricordi e suggestioni. 

A volte il gioco della memoria pesca, oltre che nel presente, anche nel passato e molto più indietro nel tempo, perfino nel mito. Questa cosa la riscontro sempre più spesso nei miei ultimi lavori in cui il mito rappresenta un testimone, a volte impotente, altre volte adirato, delle aberrazioni dell’essere umano in un mondo che forse non va più bene.

Col mito non posso che andare a nozze, trovo che sia un testimone, come dici, ma anche un libro dalle molteplici letture che ci racconta, in cui è racchiusa la verità del genere umano. Trovo che non ci sia nulla di più vero del mito. Molti tra noi ne subiscono un’attrazione così forte che può portare alla follia, a una ricerca spesso infinita, fosse anche l’essenza di qualcosa, nell’arte quanto nella vita.

La ricerca dell’essenza è un esercizio divertente, anche nella vita di tutti i giorni. Nei dipinti l’occhio si muove catturato dai segni, dai colori, dalle sfumature mentre cerca delle connessioni e subisce una fascinazione tipica di quando la nostra parte razionale è in armonia con la parte emotiva. Nei miei dipinti non ci sono solo tempi e luoghi, ci sono io ovviamente, con tutte le mie perplessità e la mia ironia in un viaggio che mi permette di costruire storie sempre diverse. Non sono le mie storie, ma le nostre: ognuno vede ciò che conosce. Questa è l’essenza?

Chissà, in ogni caso è così umano cercare di bloccare degli attimi di realtà che negli istanti esatti in cui si manifestano sono già trascorsi. È più forte di noi. Rimane la memoria, come dicevo all’inizio, che premurosamente ci accompagna nel lento e intimo gioco del ricordo, qualunque esso sia, grazie al quale spesso trasfiguriamo questa realtà, a seconda dell’umore del momento e delle circostanze. E in queste tue tele le porzioni di spazio che possono comunicare tra loro per mezzo di forme e colori parrebbero essere simili alle finestre di un palazzo, ognuna afferente a una stanza in particolare ma come facente parte della stessa casa, che sia sullo stesso piano oppure no. O forse, meglio, una casa giocattolo in cui è sempre possibile, con l’immaginazione, giocare a costruire, a inventare storie diverse. 

La similitudine dei miei quadri con le diverse finestre della stessa casa, dove possono svolgersi scene altrettanto diverse e magari sfalsate nel tempo, mi ricorda la descrizione che un mio caro amico ha fatto dei miei lavori: sostiene che i miei dipinti gli fanno venire in mente dei mandala (in nomen omen) che anziché essere di forma circolare sono più o meno quadrangolari, dove ogni tassello  è un universo che dialoga con l’universo adiacente tramite spazi, punti di vista e sequenze temporali. Sì, anche il riferimento alla casa giocattolo, ironia e immaginazione, gioco e invenzione, costruzione e decostruzione. Come fosse un contenitore di emozioni, di storia e storie dove entrano in gioco il tempo e la memoria. E mi diverte entrare in questo teatro della memoria, un percorso sulla nave dei folli, un mosaico di un mondo dato in immagini e frammenti.

Frammenti che si configurano come i pezzi di un rompicapo, di un gioco a più livelli di difficoltà. Una difficoltà che nel gioco rappresenta sempre un impulso a continuare, che intriga. E giocare è forse l’unica cosa che ci mantiene per sempre giovani. 

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